E' giunto il momento di rimettere mano al mio penultimo libro, edito nel 2017.
Vi propongo quindi un brano:
IL SOGNO
Sono là, su quella cima, da solo con i miei pensieri e la mia vita nel cuore. Il vento scuote i rami degli abeti attorno a me e il mio spirito si sente pienamente appagato. Frangenti magici, un tempo passato che si riflette in quell’istante presente.
Assenza, respiro, essenza.
Vedo i pascoli sulle colline, le cime innevate dei monti maestosi e guerrieri, imperituri testimoni di eventi, da milioni di anni.
Fresca l’aria e morbida quest’erba su cui poggio.
Le pietre bianche qua e là, un po’ ricoperte da muschio, un po’ da gialli licheni.
Che aroma la resina delle pigne, frutto prelibato di alberi così lontani dalla vita dell’uomo.
Ah, che paradiso... Un attimo di calma, il vento cessa e il silenzio cade tutto attorno.
Io sono qui, sento il mio respiro, sento il battito del mio cuore, vedo lontano. Mi lascio cadere a terra, braccia e gambe divaricate, sdraiato sulla schiena del mondo per farmi sorreggere. Mi sente, mi accoglie, sta sotto di me, dentro di me, nell’aria che respiro.
Osservo le nubi che passano, delicate, velate; i cirri, sottili e leggiadri, sfumano nell’azzurro del cielo, incredibilmente profondo; sembrano pennellate di color bianco. Dio, come vorrei essere sottile e delicato come le nubi, leggero per volare alto senza essere visto, veloce come il fulmine.
Mi alzo, lentamente, seduto su questo colle. Osservo di nuovo e respiro a occhi serrati. Mi sollevo in piedi e m’incammino verso la
discesa della collina, alla malga sottostante. Stanno pascolando una decina di bellissimi cavalli e il silenzio che li avvolge, che ci avvolge, è sacro, perfetto, divino.
Il mio passo è lento, delicato, come avessi timore di far del male alla terra. Apro le braccia e lascio che il mio essere viva completamente l’istante presente così ricco di magia e di energie favolose. Credo che la vita in questi istanti sia la più alta forma di purezza. Ripenso al tempo in cui vivevo ancora in città, in mezzo al traffico, alle automobili e a tutta quella gente di corsa, stanca, dagli sguardi tristi e cupi, volti scuri per lo smog, espressioni vuote. Guardavo in alto e vedevo il cielo, imprigionato fra i cornicioni di decine e decine di palazzi, grossi blocchi di cemento. Non posso concepire il cielo e gli alberi incastrati in una prigione di metallo e pietra; solo ora comprendo, in questa magica poesia e in questo ambito aperto, spazio incontrollato, verdi colline, ampie valli, fiumi e torrenti, foreste e cime innevate selvagge, senza che uomo vi abbia messo mano.
Scorgo adesso la valle sottostante, la città in lontananza. Una grigia cappa su di essa.
Sopra i suoi abitanti, sopra i suoi bambini.
I pochi alberi, il poco verde, non può fare molto e soccombe.

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